Il triangolo d’amore dei ironizza sui tic anti Israele
Sesso e passione, vecchi amici e segreti nascosti, il tutto condito con la politica mediorientale, gli attacchi suicidi e pure un pochino di Olocausto. Sono questi gli ingredienti che stanno trasformando un evento teatrale di new York in un successo. La pièce teatrale – “Peace warriors” è il titolo, guerrieri di pace – è stata lanciata dieci giorni fa al Capital Fringe Festival di Washington e ora si è trasferita a New York.
Non è certo la prima volta che il conflitto arabo-israeliano sale sul palcoscenico. Ma se rappresentazioni come “Seven Jewish Children” a Londra o “Sansone e Dalila” a Antwerp danno voce allo sterotipo secondo cui Israele è sempre “il ragazzo cattivo”, “Peace warriors” cerca di smantellare in modo divertente le motivazioni – spesso emozionali – della demonizzazione di Israele. L’autore, Doron Ben-Atar, uno storico ebreo-americano, si descrive come uno di sinistra, pure se uno di sinistra che è un po’ confuso e a volte amaraggieto per come si comporta, nel mondo, la sinistra.
I tre personaggi della pièce sono un uomo, sua moglie e l’amante di lei e sono tutti intellettuali ebrei americani. Una sera si ritrovano insieme e le loro convinzioni politiche si mischiano con le loro carriere personali e s’intrecciano con il triangolo d’amore. Più va avanti la storia, più diventa chiaro quanto sia di moda essere anti Israele nei circoli intellettuali più glamour e quanto poco i personaggi stessi si preoccupino di quello che avviene in realtà fuori dai loro salotti. Più che una questione politica, essere contro Israele è una questione identitaria, un modo per posizionarsi nel milieu accademico.
“Il test della vera assimilazione prova che, anche se sei ebreo, sei antisionista”, dice il personaggio principale, che è accusato dalla moglie di essere diventato “troppo repubblicano”. E in un dialogo molto accesso con l’amante della moglie, lui gli dice: “Tu sei uno di quegli ebrei che pensa che chi prende l’autobus o mangia una pizza si meriti di saltare per aria in mille pezzi… Ti piacerebbe avere la spina dorsale di un ebreo che odia se stesso! Per te tutto questo parlar male di Israele è un mezzo per fare carriera. E’ amor proprio il tuo, non odio per te stesso”.
E giusto per sottolineare quanto si senta ridicolmente solo, il personaggio più ragionevole dice: “Una volta che ho espresso la mia preferenza per le democrazie piuttosto che per i mulla, sono scomparso dal radar. Persone che conoscevo da anni non mi dicono neanche ciao quando m’incontrano per strada”.
A vedere questa pièce, ci si dimentica che Ben-Atar era membro di “Peace Now” e pure il rappresentante ufficiale in America di Meretz, il partito a sinistra dei laburisti. Ma dice di averne avuto abbastanza. In un’intervista telefonica dalla sua casa in Connecticut, spiega al Foglio: “Un conto è dire che Israele ogni tanto faccia degli errori, un altro è sostenere che sia uno stato nazista. Posso guardare la tv e provare compassione per un’anziana signora palestinese in fila ai posti di blocco. Ma è per caso una cosa nata dal nulla? Non ci sono stati attentati suicidi contro Israele? Israele ha deciso così, da un giorno all’altro, di imporre restrizioni senza ragioni?”.
Ben-Atar, capo del dipartimento di Storia della Fordham University a New York, dice che non sa se questa sia una moda passeggera. “E’ fastidioso che il mondo intero ora sia lì a preoccuparsi di venti appartamenti a Gerusalemme est. E’ davvero il problema più grande che c’è? E tutto questo parlare dell’occupazione israeliana: l’ex premier Ehud Olmert ha offerto al presidente palestinese gran parte dei Territori soltanto poco tempo fa, ma Abu Mazen ha rifiutato. Questo significa che il problema non è l’occupazione ma il rifiuto palestinese di accettare lo stato di Israele”.
La rappresentazione sta comunque avendo successo: i biglietti sono tutti esauriti e New Republic l’ha definita una “satira ferocemente perfida”. Ben-Atar confessa che gli piacerebbe moltissimo portare i suoi guerrieri di pace in Europa, perché “spesso gli intellettuali europei guidano questa demonizzazione israeliana che va tanto di moda. Credo che mostrare da dove arrivi, questo fenomeno, sia davvero necessario”.